Calma Piatta…….

commodities

Considerando il calendario poverissimo di eventi di questa settimana, il focus dei mercati rimane sulla price action del petrolio e di tutte le commodity-currencies che stanno mimando quasi alla perfezione i movimenti dell’oro nero. Intanto c’è da notare che il movimento cambio USDJPY rimane piuttosto contenuto sulla scia di contrastanti opinioni sul comportamento del biglietto verde.

Mentre i bassi volumi ed uno scarno calendario caratterizzano questi ultimi giorni del 2015, i traders Asiatici continuano a trarre vantaggio dall’inusuale volatilità presente sui mercati e le valute G10 sembrano muoversi prendendo spunto dalle commodities, specialmente dal petrolio (che a quanto pare è diventato il market mover di questi giorni).

 

Cercando di analizzare le principali valute legate alle materie prime, notiamo che il Kiwi (NZD) è stato uno dei peggiori, a seguito di un rinnovato sell-off del petrolio combinato ad un take-profit relativo al recente rally della moneta neozelandese (al momento NDZUSD scambia a 0.6856, -0.17%). Segno negativo anche sul fronte AUDUSD che rimane al di sotto della barriera a 0.73, risultato probabilmente imputabile alla mancanza di un supporto da parte dei titoli Australiani e ad un comportamento “anomalo” del dollaro Americano. Per quanto riguarda il dollaro Canadese invece, il movimento di questi giorni alterna guadagni a perdite, con il sentimento degli operatori intaccato ancora una volta dal prezzo del petrolio.

 

Il dollaro americano intanto è stato scambiato leggermente al ribasso nei confronti della moneta unica europea, mentre nei confronti dello Yen è rimasto pressochè flat intorno a 120.50. Il mercato al momento sta aspettando la prima settimana piena del nuovo anno per definire dei movimenti più marcati. Martredì sono usciti oltretutto i dati americani sulla fiducia dei consumatori, che nel mese di dicembre è stata rivista al rialzo, mentre i dati sullo scambio di merci è sceso marginalmente a $60.5 billion a novembre.

 

Dando uno sguardo all’equity, gli indici Asiatici non hanno avuto un comportamento univoco con il benchmark Giapponese (Nikkei) in aumento dello 0.48% a 19.072, mentre l’Australiano S&P/ASX è balzato a +1.01 per il nono giorno di seguito. Il benchmark Cinese (Shanghai Composite) è stato scambiato a 3.561, mentre l’Hang Seng di Hong Kong è sceso del 0.27% a 21.940

 

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Un po’ di tecnica

Vediamo oggi un approfondimento di analisi tecnica su 3 cross, cercando di individuare il trend delle prossime settimane in un ottica di breve termine (non brevissimo).

GBPUSD

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Questo cross sta continuando la sua lenta discesa, dopo avere rotto il livello di 1.4980 (resistenza di Marzo/Aprile 2015) la scorsa settimana. Da questo momento in poi i traders potrebbero vedere questo specifico livello come una resistenza che potrebbe essere ritestata nelle prossime settimane. Ricordiamoci che abbiamo di fronte una settimana ricca di giorni festivi, che porteranno la liquidità a scarseggiare, di conseguenza ci aspettiamo dei movimenti relativi a questa analisi a partire dalla prima settimana completa del 2016. Le mie previsioni rimangono quindi bearish con supporti significativi a 1.4740 e 1.4565.

AUDJPY

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Questo cambio continua ad essere scambiato in quello che sembra un movimento correttivo dei massimi raggiunti nel mese di Maggio e Giugno. Questo esteso scenario discendente potrebbe quindi portare il cross intorno all’area 74.50 nelle prossime settimane (o eventualmente mesi).

Per fare in modo che questo movimento venga effettivamente materializzato, però, dovremmo vedere un avvicinamento al supporto del canale che si estende dal minimo di settembre e che, una volta rotto, potrebbe confermare l’estensione del movimento ribassista (facendoci considerare quindi una posizione short in questo senso).

Rimangono comunque le previsioni ribassiste, almeno fino a quando il cross continua a chiudere al di sotto della resistenza del canale, con i principali supporti posizionati a 82, 80 ed il minimo del 2012, ovvero 74.50.

NZDJPY

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Il cambio Kiwi-Yen sembra essere parecchio interessante dal punto di vista tecnico dopo che i movimenti bearish di settimana scorsa non sono riusciti a portare il prezzo al di sotto della trend line a quattro mesi.

La mancanza di un movimento marcato degli ultimi giorni, inoltre, non è una novità viste le festività che stiamo passando. Anzi, sarei sorpreso di vedere un qualche movimento anteriormente alla prima settimana completa del 2016 (visto che la maggior parte dei traders non torneranno fino a quel momento).

L’idea del movimento dell’NZDJPY comunque è piuttosto lineare: una ipotetica chiusura al di sotto della trend line( che rappresenta un supporto a partire dallo scorso Agosto) potrebbe scatenare un movimento che potrebbe portare il cambio a ritestare il 79.50, al di sotto del quale ci sarebbe lo spazio per arrivare fino a 77.50 (i massimi di settembre).

Di ritorno.. con qualche chilo in più

Di ritorno dalle abbuffate natalizie, l’unica cosa movimentata a quanto pare è lo stomaco (e gli unici acquisti intelligenti sembrano essere quelli di Citrosodina). I mercati intanto riaprono ma sembrano essere ancora sotto l’effetto soporifero dei pranzi e delle cene dei giorni scorsi.

YEN GIAPPONESE

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Durante quella che sarà l’ultima settimana del 2015 il mercato è in attesa dell’uscita dei due dati sulla produzione industriale Giapponese e sulla fiducia dei consumatori Americani che chiuderanno le danze per quello che sembra essere stato un anno in cui il Nikkei 225 ha vinto la maglia rosa tra gli indici mondiali (+7.55% da inizio anno). I prossimi tre giorni si prospettano molto tranquilli in termini di scambi con i titoli Giapponesi trascinati in terreno negativo da uno Yen più forte (brutta news per gli esportatori) contro il dollaro a 120.11 da 120.28 di giovedì. Lo Yen è quindi tornato al livello pre-aumento della Fed ed il fatto che il mercato non stia prezzando i prossimi aumenti dei tassi Americani è un fatto interessante. Venerdì inoltre sono usciti alcuni dati relativi all’economia Giapponese con il CPI di novembre salito dello 0.1% YoY (da uno -0.1% di ottobre) e con delle previsioni positive per i prossimi cinque mesi.

In relazione a questa analisi la preferenza è quella di stare short USD/JPY intorno a 120.75 con target 120 & 119.8 in estensione.

 

Buona giornata!

AUGURI A TUTTI.. con una piccola analisi sull’USD

La calma piatta dei mercati mi permette anzitutto di fare i tradizionalissimi auguri di Natale con l’augurio che il 2016 sia di gran lunga meglio del 2015. Questa pausa è anche una buona occasione per svolgere un’analisi un po più approfondita di quello che è successo in questi mesi e di quello che succederà viste la mossa inedita della Fed di aumentare i tassi.

Cosa significa un dollaro più forte? E quali sono le conseguenze nei confronti di tutte le altre asset classes

CON LE ALTRE VALUTE

Ci ricordiamo molto bene i titoli di quotidiani ed articoli che tuonavano con “La Guerra delle Valute…”, ma cosa significa davvero?

Da un punto di vista fondamentale, un dollaro più forte (quindi con un maggiore potere di acquisto), permette alle aziende americane di importare beni dai Paesi esteri ad un prezzo più basso: a parità di costo dei beni nei Paesi con una valuta estera, gli importatori Americani hanno la possibilità di acquistarne di più se il dollaro è più forte. Un incremento delle importazioni, però causa un conseguente decremento delle esportazioni perché, per il resto del mondo, i beni americani diventano più cari (a seguito di un prezzo in dollari rimasto invariato, ma con un potere d’acquisto delle altre valute che è diminuito nei confronti del biglietto verde).

Paesi che fanno molto affidamento sulle esportazioni, seguendo questo ragionamento, preferiscono avere una moneta più debole, per spingere l’export ed il termine “Guerra delle Valute” si riferisce proprio ad una svalutazione programmata dal governo, per stimolare le esportazioni e di conseguenza l’economia del Paese.

In passato il governo americano ha svalutato la propria moneta attraverso un Quantitative Easing (QE) ed il recente apprezzamento del dollaro stà mettendo sotto pressione l’economia Americana, anche in relazione alla svalutazione delle altre currencies.

Staremo a vedere se l’economia Americana riuscirà ad essere di nuovo competitiva, anche con un dollaro più forte!

CON I MERCATI EMERGENTI

Questa fetta di valute è spesso considerata da molti marginalmente, ma ha un’importanza fondamentale per le economie mondiali.

Molti Paesi in via di sviluppo, infatti, hanno delle valute molto instabili che porta i Governi a prendere in prestito USD per mitigare il rischio legato alle proprie valute. Periodi di crisi e svalutazioni della valuta dei Paesi emergenti rende molto più difficile ripagare il debito in dollari e porta i Paesi ad un rischio di default (proprio come accaduto in Argentina nel 2001).

Un altro famoso esempio è quello della Petrobas, una compagnia petrolifera Brasiliana. La Petrobas prese in prestito enormi quantità di dollari Americani a seguito dei grandi ritorni richiesti dagli investitori, ma quando il Real Brasiliano cominciò a svalutarsi, fu molto più oneroso per la compagnia ripagare i propri debiti in dollari.

Real_Dollar

 

CON L’EQUITY

Storicamente la valuta Americana ed il mercato dell’equity hanno da sempre avuto una relazione inversa: nel momento in cui il biglietto verde si apprezza, il mercato dell’equity scende.

Ma perché?

Un dollaro più forte influenza i guadagni delle aziende, in quanto molte grandi società multinazionali hanno una grande parte delle loro entrate fuori dal territorio Americano. La conseguenza di un dollaro più forte è una riduzione del valore delle entrate in altre currencies.

Inoltre, mano a mano che il dollaro si apprezza, le importazioni (come abbiamo visto sopra) diventano meno costose, ma allo stesso tempo le esportazioni diventano più onerose. Nel caso in cui la produzione non sia svolta nel mercato domestico, questo potrebbe portare pressioni sull’economia e sulla forza lavoro a seguito di un dollaro più forte.

Ricordiamoci che ci sono anche casi in cui la relazione USD-Equities diventa positiva: alla fine del 2015 infatti è successo. Una possibile spiegazione di tale fenomeno può essere data dal recente dally del S&P 500 dal 2013 in poi, che ha creato una grande domanda di Dollari Americani (perché chi compra titoli Americani, li deve comprare in Dollari Americani).

Dollar_SPX

 

CON IL PETROLIO E LE ALTRE MATERIE PRIME

Nei confronti del petrolio, il Dollaro Americano ha una correlazione NEGATIVA: mano a mano che il dollaro si apprezza, il prezzo del petrolio diminuisce. Visto che la maggior parte delle materie prime sono prezzate in dollari americani, un aumento del valore della moneta mette pressione alle commodities che si muovono all’ingiù.

Spiegandolo in termini molto semplici: quando il dollaro si apprezza (quindi vale di più), ci vogliono meno dollari per comprare le materie prime e conseguentemente il prezzo diminuisce. Parlando invece in termini relativi, un dollaro più forte rende il petrolio più caro per investitori e società di Paesi esteri.

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DOLLARO, PETROLIO E TITOLI

Molte aziende possono beneficiare da prezzi del petrolio più bassi, perché rendono il costo delle materie prime più basso ed aumentano di conseguenza i margini. Anche i venditori al dettaglio ne possono beneficiare: con prezzi della benzina più bassi i consumatori hanno più soldi da spendere. Al contrario vengono penalizzate le società energetiche che vedono scendere in picchiata i propri guadagni.

Come abbiamo detto in precedenza, con il Dollaro e l’equity che si muovono in direzioni opposte, ed il Dollaro e il petrolio che hanno lo stesso comportamento, ne consegue una relazione POSITIVA tra l’Equity ed il petrolio (come possiamo vedere qui sotto).

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Buona lettura e buone feste!

La quiete prima del Natale

Con le festività in arrivo (che portano stabilità sui mercati finanziari), la maggior parte delle valute sono rimaste stabili con leggeri movimenti che hanno caratterizzato la sessione Asiatica, ma di poco rilievo.

Il bipolarismo Cinese

Mentre il cambio USDCNY è ai livelli più alti dal 2011 a circa 6.4837, la moneta Cinese sembra essere in continua discesa, con un movimento che dopo l’aumento della Fed ha avuto un’ulteriore accelerazione al ribasso. Un aspetto curioso riguarda lo spread CNH-CNY che, essendo ancora piuttosto alto, indica posizioni short anche sul mercato del CNH.

L’inclusione della Cina nel basket SDR non è stato certamente di aiuto, ma sono comunque dell’idea che le autorità Cinesi vedano di buon occhio un graduale deprezzamento del CNY (e di conseguenza del CNH) nei confronti del biglietto verde.

Mi aspetto quindi un’ulteriore graduale impennata del cambio USD/CNY nei prossimi mesi, verso 6.65 (anche in previsione delle future mosse della Fed) e considerando le previsioni in aumento per l’EURUSD nel medio termine, houna visione rialzista anche per l’EURCNH, che potrebbe portarsi verso i 7.71 nel 2016.

 

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Un tranquillo martedì di Dicembre

CABLE (GBP/USD)

 

Un sondaggio di GfK ha mostrato che il morale dei consumatori inglesi è risalito, dopo aver toccato il minimo nel mese di novembre, ma le famiglie rimangono più preoccupate riguardo lo stato dell’economia di quanto non lo fossero un anno fa. Intanto il Cavo (Cable..) è stato offerto a 1.4898 durante la notte, ancora sotto l’1.49, come accaduto nelle precedenti sessioni e ciò significa che il cambio si aggira al di sotto del livello del 76.4% di Fibonacci.

Il dato sull’indebitamento netto del settore pubblico potrebbe rivelarsi un evento poco significativo in vista dell’uscita di quello sul PIL Q3 Americano, quindi non ci aspettiamo grossi movimenti in corrispondenza della pubblicazione del primo.

Il supporto più immediato per il cross è posizionato a 1.4865 (il minimo del 17 dicembre), superato il quale il cambio potrebbe dirigersi verso l’1.4739. Al contrario una rottura in aumento del livello di 1.4950 potrebbe esporre la sterlina ad una risalita vero l’1,4990.

 

cable

Il peggio è passato

Dopo un giorno di pausa dovuto a scompigli causati non dalla Fed, ma dall’Università Cattolica (con la mia laurea), si ritorna ad analizzare i mercati, con gli USA che hanno abbandonato l’era degli “Zero Rate” (qualcuno dice per sempre), aumentando di 25bp, come previsto, i tassi.

Il cambio EURUSD si è mosso chiaramente al ribasso, con il dollaro in risalita: proprio quello che vuole la FED.

La Corona Norvegese (NOK)

Nessuna modifica è stata introdotta nella politica monetaria norvegese: ieri infatti la Norges Bank ha deciso di mantenere invariato il tasso d’interesse allo 0,75%, in linea con le aspettative del mercato. La banca ha definito il tasso di crescita dell’economia norvegese in linea con le previsioni, ma ha affermato che ulteriori manovre potrebbero essere considerate il prossimo anno.

Le previsioni per quanto riguarda il PIL sono state riviste al ribasso per il periodo dal 2016 al 2018, mentre i consumi pubblici sono stati rivisti in aumento sulla scia delle numerose richieste d’asilo presentate negli ultimi mesi. Oggi parlerà Olsen e crediamo che non dirà comunque niente di nuovo.

Considerando la NOK la nostra preferenza è di rimanere short sui rallies contro USD a seguito una possibile estensione dell’aumento dei tassi della Fed e in relazione alla recente price action delle commodities.

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Che la forza sia con voi…

Ci siamo.. Il fatidico giorno è arrivato: oggi finalmente, dopo lunghe discussioni, dibattiti, previsioni ed anticipazioni la Fed deciderà se attuare o meno la tanto aspettata (o temuta) normalizzazione dei tassi d’interesse  (ed uscirà il nuovo film della saga STAR WARS). Una giornata memorabile!

Gli occhi di tutti gli operatori sono rivolti in questa direzione ed i mercati non faranno altro che reagire di conseguenza, anche se le aspettative di un aumento di 25bp sono state ormai del tutto prezzate (almeno per quanto riguarda l’EURUSD). Questo potrebbe significare che, contrariamente alle aspettative di tutti di un USD in salita, potrebbe essere proprio l’EURUSD a salire.

E’ interessante notare come i mercati azionari Americani siano in aumento da 2 sedute consecutive. Con il Dow Jones +0,9%, l’S%P + 1,06% e il Nasdaq Composite + 0,87% era da parecchio tempo che non veniva prezzato un avvenimento simile, e non si è del tutto concordi su come reagiranno i mercati.

Intanto il VIX ha raggiunto livelli non certo rassicuranti (vedi grafico), ma è cosa normale, vista l’unicità di un evento del genere.

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Come è consuetudine di ogni avvenimento come quello di oggi, solo gli impavidi resteranno con le posizioni aperte all’avvicinarsi del meeting.

La cosa certa è che stiamo per salire sulle montagne russe!

E LE COMMODITIES?

L’ormai sicuro aumento dei tassi da parte della Yellen ha da qualche tempo messo sotto pressione le principali commodities che, già provate da spinte ribassiste sulla scia dei recenti avvenimenti nei corrispondenti settori (es. decisioni dell’OPEC per il petrolio), stanno sperimentando un periodo buio, caratterizzato da variazioni negative fin troppo ripetitive.

Prendiamo ad esempio l’oro: gli interessi di vendita sono ormai prevalenti dall’inizio del mese di dicembre e la price action di questi ultimi giorni ha visto il metallo prezioso per eccellenza scendere sotto una bearish 20 SMA. Ovviamente il movimento che seguirà il FOMC, con il probabilissimo apprezzamento del dollaro, non avranno nulla a che vedere con l’analisi tecnica, ma una rottura al di sotto del supporto a 1.046,30 potrebbe benissimo aprire la strada per un declino che potrebbe non fermarsi fino al 1.000. Per coloro con una visione un po meno catastrofica i più vicini supporti sono posizionati a 1.057,30 e 1.050,30.

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Sicuramente anche il petrolio ne soffrirà, ma visto il recente movimento ribassista (che tra l’altro ha segnato un record negativo che non si vedeva da anni), qualcuno potrebbe ipotizzare che il suo comportamento non sarà così marcato.

Un dollaro più forte, comunque, farà da contraltare alle commodities, che quest’oggi non passeranno decisamente una bella giornata.

Australiani e Inglesi

DOLLARO AUSTRALIANO (AUD)

 

NESSUNA NOVITA’.. La pubblicazione delle minutes del 1 dicembre, in cui il tasso d’interesse è stato lasciato invariato al 2%, non hanno svelato nulla di nuovo riguardo le possibili mosse future della RBA anche se sono sembrate cautamente positive: i consumi delle famiglie Australiane sembrano spaventare meno la Banca centrale che continua ad avere previsioni sopra la media per il 2016 e anche il mercato immobiliare non sembra preoccupare particolarmente il Board che rimane comunque dell’idea di procedere con una manovra sui tassi d’interesse nei prossimi mesi.

Rimango dell’idea che il prossimo anno la RBA tagli i tassi di 25bps nei mesi di Maggio/Agosto sulla scia di un minore stimolo da parte del mercato immobiliare e di un apprezzamento dell’AUD.

Intanto il meeting della FED di questa settimana potrebbe avere delle ripercussioni anche sulla valuta Australiana, con una potenziale spinta al ribasso per l’AUD a seguito di un restringimento del differenziale dei tassi.

Per gli impavidi, quì le minutes complete: http://www.rba.gov.au/monetary-policy/rba-board-minutes/2015/2015-12-01.html

Da un punto di vista tecnico nel medio termine l’EURAUD vede una resistenza a 1.58/1.59 che potrebbe riportare il cross a 1.43. La rottura di questo supporto significherebbe la possibilità di un ulteriore rintracciamento verso 1.3450.

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STERLINA INGLESE

 

Si avvicina pericolosamente l’uscita della Consumer Price Inflation (CPI) del mese di Novembre e il mercato si aspetta un ritorno in terreno positivo del valore annuale (headline print), mentre le aspettative per il valore base (core print) sono in aumento al 1.2% YoY. Un dato sull’inflazione di questa entità avrebbe chiare ripercussioni sulla GBP che riguadagnerebbe terreno sia nei confronti dei suoi diretti rivali (EUR, JPY e CHF), sia verso le commodity currencies.

Ricordiamoci che la maggioranza degli operatori ha già prezzato un intervento di politica monetaria da parte della BoE ai primi mesi del 2017, e questi dati potrebbero mischiare (anche se di poco) le carte in tavola, creando le premesse per un front-loading di un intervento restrittivo della Bank of England. D’altro canto un dato deludente riguardo l’andamento dei prezzi avrebbe un effetto puramente temporaneo sulla GBP, che già sconta parecchi fattori negativi a livello macro.

Una cosa è certa (e non è la pioggia a Londra)  : gli investitori saranno restii ad aggiungere altri short alla Sterlina in prospettiva dell’uscita nei prossimi giorni dei dati sul mercato del lavoro e sulle vendite al dettaglio.

Per l’EURGBP è presente una buona resistenza a 0.7300, mentre per il Cable (GBPUSD) è prediletta una posizione corta sotto 1.5205 con target 1.5105&1.5080 in estensione.

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Un inizio scoppiettante

IL BIGLIETTO VERDE

Non si poteva che cominciare con il botto, durante la fatidica settimana che è finalmente arrivata: il mercato ha ormai prezzato il primo aumento dei tassi della Fed dell’ultimo decennio e sicuramente una mancata azione da parte della Yellen avrà un effetto più destabilizzante per i mercati rispetto ad un aumento, ormai quasi scontato (il consensus è ormai del 97% secondo il WSJ).
La maggioranza degli indicatori economici descrivono una situazione ideale per l’economia Americana, ma non è escluso che, alla fine di una settimana come questa, ricca di avvenimenti di rilievo, la situazione possa cambiare.
Questa mattina alle 11:00 si comincerà subito con un’apparizione di Draghi in Italia, mentre il mercato si prepara a prezzare le future aspettative di politica monetaria che la Fed intraprenderà a seguito del FOMC.
Intanto l’EURUSD è stato offerto durante il weekend sulla scia degli exit pools Francesi e al momento viene scambiato a 1,0960 dopo aver toccato 1,1037. Le mie previsioni rimangono bearish con il primo supporto importante posizionato a 1,0958, per poi dirigersi verso 1,0931.
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IL GREGGIO

Con quella di oggi fanno sette, le sedute consecutive al ribasso per il Greggio, sulla scia di un mercato che continua a prezzare i timori di un’estensione del periodo di eccesso di offerta. Quella odierna è la più lunga serie ribassista dalla metà del 2014 con i futures sul WTI che al momento scambiano a 35.48 $/bbl (-0.40%), mentre quelli sul Brent sono scesi dello 0.34% a 38.19 $/bbl.

Le perdite si sono estese a seguito della decisione da parte dell’OPEC di non ridurre la produzione, in modo da non intaccare le quote di mercato dei principali player. Questo ha chiare ripercussioni sulle scorte (già molto alte) e sull’eccesso di produzione che, al momento, spaventa ancora gli investitori.

Quì sotto un grafico molto significativo della situazione dell’oro nero in questo momento: le “scommesse” contro il petrolio da parte degli Hedge Funds.. a voi le interpretazioni!

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Staremo a vedere, intanto.. godetevi lo spettacolo!